A 36 anni, proprio quando molti ancora speravano di vederlo in campo almeno per un’altra stagione, Ciro Immobile ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo. L’annuncio è arrivato improvvisamente, la vigilia di Ferragosto, attraverso i canali social del Paris Football Club, l’altra squadra di Parigi, con la quale aveva appena risolto il contratto. Non è stata una conferenza stampa in pompa magna, no. È stato un video ai compagni di squadra e allo staff della squadra francese, qualcosa di più intimo, più sincero. E in quel video, non senza commozione, ha spiegato le sue motivazioni in modo cristallino, senza giri di parole.
“È arrivato il momento di stare con la mia famiglia” ha detto, e senti già in queste parole il peso di 17 anni passati a inseguire palloni in giro per l’Europa. Li ha seguiti ovunque, la sua famiglia, da Torino a Roma, da Siviglia a Dortmund, e adesso loro hanno bisogno di lui, e lui lo sa. “Non siate tristi per me, sono felice”, ha aggiunto, e non è una frase di circostanza. È qualcosa che vedi negli occhi di chi ha davvero realizzato quello che voleva realizzare, di chi non ha rimpianti.
L’ottavo marcatore della Serie A e i numeri che parlano da soli
Allora, mettiamola così: quando parli di Ciro Immobile in Italia, parli di cifre che praticamente parlano da sole. 201 gol nella massima serie, 350 totali in carriera fra club e nazionale. L’ottavo marcatore di tutti i tempi nella storia della Serie A. Però questi numeri, beh, sono secchi, no? Non ti dicono la vera storia. La vera storia è che quando la gente pensa a Ciro Immobile pensa a un ragazzo che ha inseguito un sogno, che l’ha acciuffato, e che per anni è stato l’attaccante più ambito del fantacalcio italiano.
Debuttò in Serie A con la maglia della Juventus, praticamente sostituendo niente di meno che Alessandro Del Piero. Immagina il peso di una cosa del genere, arrivare a Torino e dover uscire dal campo al posto di uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi. Però lui ce l’ha fatta, ce l’ha sempre fatta. Capocannoniere quattro volte della massima serie italiana, una cosa che non tutti possono vantare. Una cosa che dice “tu sei uno dei migliori, anno dopo anno, sei tu il migliore”.
La Lazio e il ricordo di Silvio Piola
Ma se c’è un posto dove Immobile ha scritto la sua vera leggenda, quello è Roma, quello è la Lazio. Perché con i biancocelesti ha segnato 207 gol. 207. Un numero che ha superato la leggenda Silvio Piola, diventando il miglior marcatore della storia biancoceleste. Pensiamo un attimo a quello che significa: stai scrivendo il tuo nome nei libri di storia di una squadra che ha 130 anni di tradizione. Non è poco, è pesantissimo.
Con quella maglia ha anche vinto la Scarpa d’Oro, nella stagione 2019-20, con 36 reti, che gli hanno permesso di eguagliare il record storico in un singolo campionato, un record di Gonzalo Higuaín che sembrava intoccabile. 36 gol in una stagione, è una cosa che rimane impressa nella memoria, è una cosa che quando la racconti ai ragazzi young loro aprono gli occhi e dicono “davvero?”. Insomma, quella Lazio ha espresso il miglior Immobile, il più spietato, il più famelico. E Simone Inzaghi, l’allenatore che c’era in quel periodo, sì, proprio lui ha saputo tirare fuori il meglio dal suo attaccante. Sul sito Ufficiale di Magius Casino puoi trovare tutte le promozioni dedicate agli appassionati di calcio italiano.
La carriera oltre Roma e i guai muscolari
Però Immobile non è arrivato a Roma direttamente, no. Prima c’era stata la Juventus, il Pescara dove è esploso sotto Zdenek Zeman, poi Siena e Grosseto in prestito, il Genoa, il Torino. All’estero ha militato nel Borussia Dortmund e nel Siviglia, ma nulla di quello che faceva lì aveva lo stesso peso, la stessa importanza di quello che stava facendo a Roma. È come se Roma fosse stato sempre il suo destino, il posto dove doveva stare, dove poteva essere davvero se stesso.
In Nazionale, beh, c’è la soddisfazione del trionfo all’Europeo nel 2021, una cosa che non tutti riescono a dire. Giocare per l’Italia, segnare per l’Italia, alzare un trofeo con la Nazionale. È una di quelle cose che rimane per tutta la vita, che non te la toglie nessuno. Ciro ci è riuscito, e non è stato nemmeno un protagonista minore in quella squadra, no.
Ma negli ultimi anni, a dirla tutta, le cose non sono andate più così bene. I guai muscolari hanno iniziato a tormentarlo seriamente, praticamente da quando si è trasferito al Beşiktaş, andando in Turchia nel 2024. Le condizioni fisiche non gli hanno più permesso di fare la differenza, di essere quel giocatore che tutti conoscevano e temevano. Poi ha tentato di tornare protagonista in Italia con la maglia del Bologna, ma no, il corpo non rispondeva più come prima. Non sei più il Ciro che era, sei uno che ha ancora tecnica ma il corpo ti tradisce, ti dice “scusa, stasera non posso”.
La scelta della Francia e il momento giusto per smettere
Così ha deciso di trasferirsi in Francia a gennaio, per vestire la maglia del Paris Fc, l’altra squadra di Parigi. Forse pensava di ritrovare se stesso, forse pensava che un nuovo ambiente lo avrebbe aiutato. Ma no, le cose non cambiano quando il corpo inizia a lasciarti, e Ciro lo sa, lo ha capito, e ha avuto la saggezza di riconoscerlo.
Ai microfoni di Sky Sport ha raccontato i momenti migliori della sua carriera, ammettendo di essersi “divertito” e di essersela “goduta fino all’ultimo”. E qui senti la differenza tra uno che ha fallito e uno che ha realizzato i suoi sogni. Perché non c’è rimpianto, c’è serenità. Se vuoi approfondire come i grandi attaccanti della nostra generazione hanno affrontato la transizione tra il calcio europeo e le nuove sfide, scopri come il trasferimento di campioni della categoria si è sviluppato nel mercato italiano, una prospettiva che illumina anche la parabola di Immobile negli ultimi anni.
C’è la consapevolezza che hai dato tutto quello che potevi dare. La decisione di smettere è arrivata al momento giusto, quando ancora potevi dire “mi vado via da campione”, non quando sarai costretto ad andartene perché nessuno più ti vuole. E questo è un’arte, sai? Saper riconoscere quando è il momento, saper dire basta quando ancora hai qualcosa da dare, non quando sei completamente vuoto. Ciro ha scelto il rispetto di se stesso prima di tutto, e quello è un insegnamento che molti ragazzi giovani dovrebbero imparare: non è quanto giochi, è come giochi e come esci di scena. Una carriera lunga più di 17 anni, costruita mattone su mattone, richiede anche il coraggio di finirla al momento giusto, e lui l’ha capito prima di molti altri.