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L'Iraq in Giordania
Nel marzo 2008 Amman è una città dalle mille scommesse e, ancora
una volta, il suo destino si conferma essere legato alle sorti di altri popoli.
Stazione permanente delle rivendicazioni d’indipendenza dei palestinesi,
la capitale giordana convive, ormai da cinque anni, con il dramma del popolo
iracheno che qui sosta in attesa di poter fare rientro in patria.
Palestina e Iraq condividono un passato, ormai remoto, esperienze simili e coeve
di colonizzazione, sperimentazione di soluzioni nazionali per l’indipendenza,
perpetua sottomissione a potenze straniere e oggi, sono racchiuse nella medesima
cornice giordana. Qui si stima una presenza di profughi iracheni che oscilla
tra le 500,000 unità (dati del Ministero giordano per la Pianificazione
e la Cooperazione Internazionale) e il milione (secondo la cooperazione internazionale)
tuttavia, l’immagine che mi portavo dietro della folla di profughi iracheni
riuniti nel downtown di Amman, è sparita.
L’amico Badran, palestinese nato in Giordania perciò ‘profugo’
di quarta generazione, mi racconta che, per poter restaurare la piazza, gli
iracheni sono stati fatti spostare in un’altra zona più a sud ma,
Amman però, non sfugge alla diffusione della simbologia nazionale irachena
per mezzo della consistente presenza di questi profughi.
Chi vive la città passivamente, usufruendo dell’assistenza umanitaria,
chi tenta di ricominciare da questo suolo, chi ha voglia di raccontare la propria
storia e chi rifugge dalla propria identità tentando di mescolarsi per
dimenticare l’infausto destino a cui sembra essere relegato l’Iraq.
Amman costituisce lo sfondo per questa scommessa e fornisce la logistica a questa
delicata fase di ripresa e riformulazione di popolo verso cui si avviano oggi
gli iracheni, come già hanno sperimentato più volte i palestinesi.
Tra gli interventi seguiti da ‘Amman e realizzati in campo iracheno vi
è quello, in via di conclusione, realizzato da Consorzio Italiano di
Solidarietà (ICS) con Oxfam UK e Church World Services (CWS), iniziativa
di Capacity-Building, a sostegno della formazione e sviluppo delle capacità
organizzative di ONG irachene che traggono origine dal ruolo attivo della società
civile.
Educazione, ecologia, questioni di genere, interventi umanitari, diritti umani
e servizi sociali sono al centro delle missioni delle ONG irachene che emergono
da questo progetto di sviluppo e sono le tematiche da cui i protagonisti, dove
più responsabilizzati, dove emergenti, si mettono in gioco. Affianco
al loro operato tutta la società civile irachena si mette in discussione
e lo fa sommettendo sul proprio destino.
Similmente a quanto hanno dimostrato
nel corso del loro dramma i palestinesi, anche gli iracheni di oggi dimostrano,
per mezzo delle iniziative comunitarie, che nessuno può mettere in discussione
la fonte dell’autorità, il popolo, anche laddove si presentano,
si propongono, talvolta si impongono forme politico-sociali dall’alto.
Nell’alternanza di momenti di azione militare ad una lotta di popolo più
estesa e autorevole ad opera della società civile, costruttiva e pacifica
perché fatta nella giusta direzione, la loro lotta per l’autodeterminazione
viene letta dai più, per mezzo di un’eclatante informazione, alla
luce della violenza, delegittimando e reprimendo invece gli sforzi della comunità.
Il popolo reagisce, crea, teorizza, sperimenta, si sviluppa, fornisce servizi,
ora laddove mancavano, ora per non scendere a compromessi con l’oppressore
(straniero e connazionale) pagando spesso per un simile affronto e, in Iraq,
questo è tanto più arduo da realizzare data la sua composizione,
estremamente frammentata (appartenenza o affiliazione religiosa, politica, etnica
o tribale). Elaborando e sviluppando infrastrutture parastatali con forme di
auto-organizzazione, decisamente più forti perché legittimate
dal popolo stesso, la società civile dimostra di riuscire a controllare
anche contesti sociali più sensibili.
L’intervento di ICS, attivo in Iraq dal 2004, parte quindi dal sostegno
con l’azione umanitaria in un processo che rinforza internamente le elaborazioni
di autonomia. Perché infatti, non sostenere le attività svolte
dall’azione assistenziale (caritatevoli, politiche, studentesche, di genere)
che forniscono risorse (pratiche, personale e logistica) e pongono le basi di
uno stato in ‘embrione’?
Lo sviluppo, l’aggiornamento, il rifornimento dei mezzi necessari alla
trasformazione del conflitto civile iracheno va interpretato alla luce dell’emancipazione
che ne consegue, del desiderio di unità oltre le varie estrazioni e affiliazioni
summenzionate, e soprattutto, nella misura in cui essa fornirà lo stimolo
per le nuove generazioni, futuri protagonisti e leader del paese il cui conflitto
subirà la dovuta trasformazione.
“Quanto c’è di conflittuale nella medesima visione di pace
che hanno Nabiha e Shata, una sunnita e l’altra sciita, (se questo può
essere importante per qualcuno!) rispettivamente rappresentanti di Associazione
dei Familiari dei Martiri e di Woman & Peace che, durante un coprifuoco
o quando acqua ed elettricità vengono a mancare si ritrovano in cortile
a riscaldarsi intorno allo stesso fuoco.
Riusciranno a convivere anche i loro giovani figli?
Scongiurando per gli iracheni lo stesso destino deciso per l’autonomia
palestinese, si cercherà di capire se anche essi saranno confinati all’angolo
con l’esclusione dei loro progetti parastatali funzionanti, perché
vi è corrispondenza con gli effettivi bisogni correnti della società
tutta, e solidi perché fondati dal popolo per il popolo”.
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