La storia

“Ci siamo tolti le scarpe, siamo entrati. Una donna ci ha offerto riso cotto in una foglia di vite. Un’altra volta un vecchio ci ha versato un sorso di acquavite fatta da lui. Era tutto quello che avevano e ce l’offrivano per pura usanza d’ospitalità, non per ringraziamento. Chi non ha dato tutto non ha dato niente: questo pensiero non è esagerato, è solamente vero. Noi coi nostri convogli in mezzo alla loro guerra, noi davamo tutto? No. Noi volontari italiani venuti in molti, in disordine sparso ed efficace, stavamo là perché non sopportavamo di fare niente mentre loro perdevano tutto. Così portavamo il nostro raccolto, quello che veniva offerto dai molti che non potevano venire, però davano e davano. Così molti italiani di buona volontà sono diventati a forza di andirivieni un poco Bosniaci. E a forza di insistere e incolonnarci a una frontiera difficile, diventeremo anche un poco del Kosovo. E’ nata in questi anni una forza di pace e di soccorso, non censita e sdegnosa di riconoscimenti, agile e capace d’intrufolarsi. Ha fatto esperienza, se la sa cavare su terreni difficili. E’ nata perché c’era una guerra e un numero imprevedibile di cittadini del nostro paese non se l’è sentita di dire “passo”. Hanno portato tutto, anche medicinali in mezzo all’embargo che li proibiva. Tra le cose belle ricordo un vestito da sposa e una macchina per fare chiavi, quando ricominciavano a servire le serrature. E tutto quel carico era solo un pretesto per essere lì, in tanti, un pezzo di popolo a fianco a un altro. Scaricavamo i nostri mezzi tentando una uguaglianza distributiva, seguendo elenchi compilati dai più bisognosi. Qualcosa sarà finito in mani sbagliate, una quota di spreco è nelle cose. In cambio si stringevano mani, si apriva una porta, qualcuno si toglieva il poco che gli restava per offrirlo all’ospite venuto da lontano. E tutto il nostro carico tentava di pareggiare quel gesto.”

Erri De Luca – Un papavero rosso all’occhiello senza coglierne il fiore

Con l’inizio della guerra in ex-Jugoslavia, si verifica in Italia una grande mobilitazione di gruppi ed associazioni della società civile, in risposta alla crisi umanitaria. ICS - Consorzio Italiano di Solidarietà nasce nel 1993 per strutturare e formalizzare le numerose esperienze di coordinamento che i gruppi locali e le associazioni nazionali avevano già in corso.

Fin dall'inizio, ICS si caratterizza come uno strumento innanzitutto operativo, nato per sostenere le azioni messe in campo dai suoi consorziati nel conflitto balcanico. In quegli anni l’azione si snoda intorno alle sedi di Spalato e Belgrado, per gli interventi nei paesi in guerra, e di Trieste, che diventa rapidamente il punto di riferimento per garantire l’accoglienza ai profughi che raggiungono l’Italia in fuga dalle zone di guerra.

Al lavoro sul campo ICS affianca da subito un lavoro politico svolto nel nostro paese. Attraverso questa attività, l’organizzazione apre un dialogo con le istituzioni che porta all’esperienza fondamentale del “Tavolo di Coordinamento per gli aiuti all’ex-Jugoslavia”, una sede in cui i Ministeri competenti (Esteri, Difesa, Interno) si confrontano con le organizzazioni della società civile e gli enti locali, per dare vita ad una azione coordinata di intervento umanitario nella crisi.

Nel 1994, ICS comincia ad operare in collaborazione con le agenzie delle Nazioni Unite: il primo progetto è finanziato dall’UNICEF in Bosnia-Erzegovina. Ad esso seguiranno diversi progetti con l’UNHCR, in Bosnia-Erzegovina e Serbia. La partnership con UNHCR si svilupperà in modo consistente portando ICS nel 1995 a gestire il più grosso contratto firmato dall'agenzia con una ONG in quel periodo: 15 milioni di dollari per un'attività di local procurement a favore degli sfollati in Bosnia-Erzegovina.

Anche l’intervento di accoglienza in Italia si sviluppo grazie a progetti a livello nazionale, realizzati attraverso la rete degli aderenti e finanziati dapprima dalla Commissione Europea e poi dal Governo Italiano.

In questi anni ICS mantiene il suo ruolo di organizzazione nata dalla società civile, ed è grazie alla sua azione che decine di realtà italiane (enti locali, associazioni, scuole e università, ecc.) costruiscono rapporti stabili di collaborazione con controparti locali nei Balcani. Rapporti nati nell’emergenza, spesso iniziati con la semplice consegna di aiuti umanitari o con l’accoglienza di profughi, che si svilupperanno in seguito in veri e propri interventi di cooperazione decentrata.

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