Come avviare la produzione del vino in un settore che cresce

Produrre vino non è solo una questione d’idoneità del territorio, ma anche di leggi: dal 1987 sono in vigore delle normative che limitano nuove piantagioni di uve e, per cominciare, bisogna assicurarsi di poter beneficiare del diritto di reimpianto, cioè della facoltà di utilizzare un lotto di terreno agricolo entro otto anni dall’ultima dismissione della vigna.
Per conoscere le aree idonee e non incorrere in sanzioni per l’apertura di un business abusivo, basta rivolgersi alla Coldiretti. Premesso ciò, chi vuole iniziare a produrre vino, deve ricordare alcuni passi importanti per una crescita progressiva e senza intoppi:

  • Il produttore di vino è inquadrato come imprenditore agricolo, decide le uve da inserire nella sua coltivazione in base alle caratteristiche del terreno e compatibilmente alle normative, con il consulto di un esperto in agraria. Chiarirà i propri dubbi in merito a licenze e altre questioni presso la Camera di Commercio, si affiderà all’Agenzia delle Entrate per l’assegnazione di una partita IVA, dopodiché chiederà il consulto di un commercialista per la parte contabile e per l’apertura delle posizioni INPS e INAIL.
  • Gli investimenti per iniziare a produrre vino sono molto più alti rispetto ad altre attività agricole, nell’ordine dei 100.000 €, poiché occorreranno un terreno con estensione di almeno 3-4 ettari, delle vasche di fermentazione, almeno un trattore, dei macchinari per gestire le vigne e dei macchinari e delle attrezzature per la lavorazione delle viti (come quelli in vendita su AgristoreCosenza), per la conservazione e per l’imbottigliamento del vino, nonché delle cantine a norma. Nel caso in cui si volesse vinificare in autonomia, bisogna aumentare la cifra di almeno 50.000 €.
    Ad ogni modo, per i primi due anni i bilanci saranno, alla meglio, in pareggio, poiché l’investimento rimane ingente anche in caso di finanziamenti elargiti da terzi.
  • Fare un preventivo del capitale da investire serve anche ad orientarsi sul target di riferimento: si può scegliere di accontentarsi di un guadagno minimo, affidando le uve a terze cantine o entrando a far parte di cooperative, prevedere un imbottigliamento in modo da destinare il vino direttamente ai clienti finali oppure decidere di acquistare una licenza per venderlo sfuso, almeno all’inizio, per contenere i costi.
  • Incoraggiare l’uso di tecnologie innovative, ove possibile, aumenta il rendimento nel lungo termine, in tutte le fasi di lavorazione.
  • Bisogna valorizzare il ciclo naturale dell’uva: d’inverno, infatti, essa vegeta per riprendere il suo decorso vitale in primavera, nella quale cresce insieme al suo fogliame e dà frutto, giungendo progressivamente a maturazione. A questo punto, l’uva perde la sua clorofilla, diventa più dolce e ridimensiona la sua componente acida.
    Quindi, per ottimizzare i profitti, la qualità del vino deve raggiungere alti livelli e a quest’obiettivo si può arrivare con un’adeguata esposizione alla luce, il raggiungimento di temperature ideali, una giusta idratazione del terreno con le piogge e delle attenzioni mirate alla materia prima.
    In sostanza, si deve massimizzare la resa e la combinazione di ciò che è controllabile e gestendo al meglio le variabili che non lo sono.
  • Prendere in considerazione delle nicchie alternative che, non essendo in saturazione sul mercato, sono degne di menzione: alcuni esempi sono il vino ricavato da uve biologiche, quello biodinamico ottenuto senza forzature nelle fasi (settore lasciato da parte, negli ultimi tempi) e quello naturale, trattato con sostanze minerali e senza aggiunta di lieviti per la fermentazione.

In definitiva, produrre vino sta diventando un business che prende sempre più piede, dà buoni margini di guadagno e valore anche a piccoli produttori che puntano ad un prodotto eccellente destinato ad intenditori, italiani e stranieri. Tutto questo, nonostante l’impegno, la pazienza e la volontà d’imparare richiesti per un percorso di vita immersi nella natura.

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